UGO 

GUIDI

Questa riconoscibilità è desiderio di comunicazione, di dialogo, spesso al limite dell’indicibile, solo per allusione, per scambio di emozione con chi guarda poiché tutta la scultura di Guidi si muove sul tema dell’empatia, della partecipazione: partecipazione al sasso, alla materia, alla pietra, alla forma chiusa che si dilata, all’evocazione al fantasma che prende corpo, graffiato, accarezzato, dilavato, consunto, ma anche alla comunanza della visione, all’unisono sentire che si instaura con l’osservatore in un incrociarsi di sguardi, in una intimità che accomuna anche il sasso, la pietra, la scultura stessa e la sua materia. C’è come una pietas virgiliana innata, tipica dell’animo di Guidi, una sottile e persistente malinconia dell’esistere, un’inquieta nostalgia per un altrove che rende instabili, ma che nello stesso tempo coinvolge ed accomuna cose, uomini ed animali in una fragilità emotiva, pronta a rompersi, a frantumarsi. Ed è questa l’evoluzione dell’opera di Guidi. Ed è già qui che sono tutte le premesse delle ricerche future, tutta intera una vita, che solo apparentemente ha momenti e scelte diverse, ha percorsi spezzati strade iniziate e dalle quali ha deviato con sbandate improvvise, quasi con incoerenza, con lunghi ritorni ad antichi sorpassati approdi, come, con metafora automobilistica ha scritto Umberto Baldini. In realtà tutta l’opera di guidi, che dalla materia parte e dalla materia non si allontana, è una continua evoluzione di forme che vanno lette in  rapporto tra loro, in una quieta, lenta, ma anche ossessiva sperimentazione. 

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